

di Lope de Vega
Lope Félix de Vega y Carpio nacque a Madrid il 25 novembre del 1562. Scrisse oltre tremila opere spaziando tra i più diversi generi. Fu uno scrittore di rara intelligenza e dalla vita esuberante; amava scrivere in versi e apprese l’arte della poesia sin dalla più tenera età. Intraprese la carriera ecclesiastica, cercò di arruolarsi nell’Invincibile Armada, subì l’esilio, si sposò diverse volte, ma non smise mai di scrivere e frequentare il teatro. Per mantenere la prole, iniziò a pubblicare le sue opere e a richiederne i diritti d’autore. Nel 1609 de Vega entrò in una profonda crisi esistenziale: la perdita di alcuni cari lo portò infatti al sacerdozio, anche se negli ultimi anni di vita tornò a innamorarsi cedendo ad un amore blasfemo, di breve durata. Si dedicò infine alla poesia, comica e filosofica, prima di spegnersi a Madrid il 27 agosto del 1635.
El Pastor Fido (1585); Los Locos de Valencia (1589-1590); La Arcadia (1598); El Isidro (1599); La Hermosura de Angélica (1602); El Peregrino en Su Patria (1604); Jerusalén Conquistada (1609); Los Pastores de Belén (1612); La Dama Boba (1613); Peribáñez y El Comendador de Ocaña (1614); El Villano en Su Rincón (1614-1616); El Perro del Hortelano (1618); Fuenteovejuna (1619); Amar Sin Saber a Quién (1620-1622); El Mejor Alcalde El Rey (1620-1623); La Moza de Cántaro (1627); Por La Puente, Juana (1624-1630); El Castigo Sin Venganza (1631); La Gatomaquia (1634).
Los Locos de Valencia è una divertente commedia scritta subito dopo un soggiorno dell’autore a Valencia. Composta in versi nell’edizione originale, racchiude preziose testimonianze sui trattamenti dei malati mentali nel XVI secolo e fu probabilmente la prima ad affrontare questo delicato argomento all’interno di un genere comico. Due giovani, entrambi scappati da realtà spiacevoli, finiscono nel manicomio di Valencia: Floriano vi entra fingendosi pazzo per sfuggire da un’accusa d’omicidio, che solo alla fine scoprirà essere ingiustificata; Erifila vi è condotta a forza, dopo essere stata trovata urlante e disperata per strada, derubata e svestita dal domestico di cui era innamorata e con il quale era scappata per sottrarsi a un matrimonio combinato. All’interno del sanatorio i due giovani s’incontrano e s’innamorano, ma senza fare i conti con gli altri inquilini presunti malati, o presunti sani, come Laida e Fedra; a quest’ultima il medico prescrive un finto matrimonio con Floriano per evitarle crisi d’isteria. Erifila però, ignara dello scopo della farsa, s’ingelosisce e si vendica di Floriano accusandolo apertamente dell’omicidio del principe Reinero. Nel frattempo anche Valerio, il migliore amico di Floriano, s’introduce nel manicomio, ma per rapire la giovane Erifila dalla quale è anch’egli attratto. Alla fine l’innocenza di Floriano viene a galla, e Valerio rinuncia alla donna in nome della loro amicizia: finalmente i due protagonisti convoleranno a giuste nozze, imitati da Valerio e Fedra.
Lope de Vega, più di ogni altro, fu capace di mescolare il genere tragico con il comico, rompendo persino le tre unità aristoteliche. La regia gioca proprio con questi principi, e infrange l’unità di luogo utilizzando una scenografia composta da elementi mobili per creare diverse ambientazioni (mura e strade di Valencia, giardino del manicomio, interno ecc.) e dare allo spettacolo l’agilità e il dinamismo propri dell’opera originale. L’unità di tempo si diluisce e si incrocia con altre epoche e altre situazioni, e i costumi ne sono un esempio: molto colorati e molto simbolici, che ricordano l’epoca classica, ma che potrebbero essere attuali. Si rinuncia agli adorni barocchi per essere più essenziali e accattivanti, quasi identificabili con alcune sfilate degli stilisti di moda attuale (pressochè futurista), ma con rievocazioni storiche. Anche la musica, che sottolinea tutto lo spettacolo, è una fusione di reminiscenze ancestrali con strumenti e arrangiamenti tipici dei ritmi moderni. Allo stesso modo, il linguaggio e il recitato sono stati adattati alle forme e ai gusti attuali, usando la prosa invece dei versi, e sostituendo espressioni contemporanee alle frasi fatte.
Regia di José Luis Matienzo